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NEWS

 

20 giugno 2018

Urban center di Bari. Seminario pubblico in onore di Carlo Donolo

Capacità e beni comuni nello spazio pubblico. Le istituzioni nel processo sociale: organizzazioni o “mondi vitali”?

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14 maggio 2018

 

Convegno Felicità Pubblica. Attualità del pensiero critico di Carlo Donolo.

Fondazione Basso, Via Della Dogana 5, Roma

 

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10 maggio 2018

Sulla capacità prospettica di Carlo Donolo. Per proseguire nel suo solco

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Sala Polifunzionale, 1° piano

Giornata di studi in onore di Carlo Donolo

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maggio 2018

 

Fondazione Basso

 

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23 aprile 2018

 Affari pubblici. Benessere individuale e felicità pubblica

Università di Roma La Sapienza, via Salaria 113

Seminario in onore di Carlo Donolo

 

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9 aprile 2018

Il Dipartimento di Scienze Politiche organizza la presentazione del libro postumo di Carlo Donolo dal titolo:

Affari Pubblici. Benessere individuale e felicità pubblica

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2 novembre 2017. In una doppia riunione conclusa in data di oggi, iniziata in data 12 ottobre,   il Consiglio Direttivo approva la proposta del Presidente per una nuova formulazione dell'Art. 4 dello statuto di Eutropia Onlus che ne esplicita le finalità programmatiche > vai  a Attività

 

4 luglio 2017.    Si è riunita l’Assemblea dei soci dell’Eutropia ONLUS presso la sede sociale. L’Assemblea,  nomina, all’unanimità dei presenti,  i nuovi membri del Consiglio Direttivo > vai  a Attività

 

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Ripartire dalle periferie  di Giuliano Acquaviva, 2018

Abito in una città, Bari, che ha visto, negli ultimi decenni, una grande corsa alla messa a nuovo, manutenzione, opere ordinarie e straordinarie di intervento nel suo “salotto buono”, il Borgo  Murattiano (il “centro della città) e la Città vecchia.

Quest’ultima, in particolare, se tanti anni fa veniva un po’ considerata una specie di ghetto, una zona off limits in cui turisti ed ignari cittadini evitavano, o erano diffidati dall’addentrarsi, pena il rischio di cadere vittime di furti, scippi e rapine.

Negli anni le cose sono cambiate; gli ex sindaci Simeone Di Cagno Abbrescia prima (quota Centro-Destra) e Michele Emiliano poi (quota Centro-Sinistra) hanno portato avanti politiche di grande riqualificazione del borgo antico della città, che in pochi anni, con l’apertura di numerosi bar e locali aperti ai giovani, nonché di iniziative ed eventi culturali, è diventato cuore pulsante della “movida” del sabato sera, meta di incontro e di ritrovo per comitive di tutte le età e provenienze, che affollano, soprattutto nei weekend e nelle giornate primaverili ed estive, la grande Piazza del Ferrarese, la contigua Piazza Mercantile e i vicoli limitrofi.

Negli ultimi anni gli interventi si sono estesi anche le strade del Centro murattiano: con la pedonalizzazione di Via Argiro, l’apertura di nuovi negozi (il grande megastore della Feltrinelli, la “nuova” libreria Laterza, i negozi dei marchi di Gucci e di Prada in Via Sparano) e la riqualificazione appunto di Via Sparano, la via principale dello shopping cittadino, ancora in fase di ultimazione. Da Bari Vecchia alle principali vie del Centro, al Lungomare giù giù fino alle spiagge di “Pane e Pomodoro” e di “Torre Quetta”, insomma, le zone più pittoresche e monumentali della città sono diventate una meta molto ambita dai più.

Insomma, Bari s’è fatta bella per i turisti che sbarcano in città dalle navi da crociera che transitano per il porto cittadino, per i pellegrini che arrivano ogni anno da ogni parte d’Italia e dall’estero per festeggiare il “santo di tutti i baresi”, San Nicola, e in generale per le frotte e le comitive che arrivano nel capoluogo da ogni parte della città, della provincia.

Basterebbe questo a fare di Bari una città dall’economia solida, stabile e prosperosa? Assolutamente no. Prova ne sia che molti negozi, anche negozi storici della città hanno dovuto chiudere i battenti, soffocati dalla crisi che non risparmia nessuno. Resistono alcuni grandi marchi, ma il commercio al dettaglio, i piccoli negozi locali sono rimasti travolti. La cosiddetta “Via Sparano dei poveri”, la mitica Via Manzoni, in cui di tutti i negozi che fiorirono tra gli anni ’80 e ’90, rendendola di fatto la via ufficiale dello shopping low cost, ne rimarranno sì e no una decina.

Tralasciando il triste caso delle centrali Piazza Umberto I, antistante l’Università e il Palazzo Ateneo, e Piazza Aldo Moro, dove ha sede la Stazione ferroviaria, che sembrerebbero quasi essere terra di nessuno, in quanto periodicamente hanno luogo risse (per lo più tra extracomunitari, ma non solo), furti, scippi, rapine.

Basta avventurarsi fuori dalle strade “di rappresentanza” della città per vedere che la situazione non è così rosea. A partire dal popoloso Rione “Libertà”, adiacente alle vie del Murattiano, che sembrerebbe tuttavia appartenere quasi ad un’altra città. Abitazioni fatiscenti, interi edifici in preda al degrado, pur se teoricamente di qualche valore stilistico ed architettonico. Il territorio del quartiere è ancora nelle mani delle cosche e dei clan malavitosi cittadini e non si contano episodi di macro e micro criminalità. Le cosiddette “baby-gang” imperversano, mietendo vittime tra ignari passanti giovani e anziani. Eppure si tratta di un quartiere popoloso, vitale, più “vivo” dell’ormai abusato Centro. La situazione non cambia, anzi, se possibile peggiora negli altri quartieri periferici: Japigia, il territorio dello storico boss Savinuccio Parisi; Fesca-San Girolamo sul litorale a nord di Bari, dove le ultime amministrazioni comunali hanno avviato anche lì interventi di riqualificazione; rione Madonnella, piccolo e stretto tra la ferrovia ed il mare verso Sud; il quartiere San Paolo, lontanissimo dalle zone centrali della città e in cui le cose sono migliorate con la costruzione della nuova  Linea Ferroviaria Metropolitana e del Centro Direzionale, oltre che per la presenza di un importante ospedale. Quartiere che, da un po’ di tempo a questa parte, si è segnalato anche per la sempre più importante presenza di cinghiali, che scorazzano in piccoli branchi per le vie della zona.

E poi Picone-Poggiofranco, Carrassi, San Pasquale, Mungivacca, la remota San Pio (ex Enziteto). Quartieri un po’ dimenticati, abbandonati a loro stessi, anche se non manca l’impegno di alcuni consiglieri comunali o municipali.

Quartieri che, se opportunamente riqualificati, potrebbero rivelare grosse potenzialità, e ridare un nuovo slancio ad una città altrimenti destinata alla stagnazione.

Come il già citato quartiere Libertà, una zona densamente abitata, ricca di storia e di umanità, a partire anche dai suoi palazzi, alcuni dei quali delle vere “chicche”; la zona intorno al Faro ed alla Fiera del Levante, che con il suo lungomare, le pizzerie, le spiagge, la pineta, oltre che con l’apertura della sede di Eataly, potrebbe essere una zona dedicata alla movida e alla vita sociale al pari, se non superiore alle piazze del Borgo antico.

Ma il degrado, in queste zone, è visibile e sotto gli occhi di tutti, in una città dove squilibri e diseguaglianze sociali sono sin troppo evidenti. C’è il “salotto buono” da mostrare agli ospiti, ai turisti, e poi ci sono le stanze che nessuno apre da anni ed in cui si annida la polvere e la sporcizia. Sono che se trascuri la cucina e gli ambienti di servizio, potrebbe non bastare poi tenere aperta e tirata a lucido solo la sala da pranzo, o il salone delle feste.

Non basta aprire bar e ristoranti in cui offrire da mangiare a turisti che, di fatto, si fermeranno poche ore, o pochi giorni in città, e poi andranno altrove a passare le vacanze. Non basta favorire la riapertura di grandi negozi di marchi importanti e già affermati, se poi il commercio al dettaglio rimane strozzato dalla crisi.

Non serve chiamare i migliori architetti per scegliere il più raffinato arredo urbano nella strada più “in”, se nelle strade degli altri quartieri, piene di buche, diventano magari terreno di coltura per la proliferazione di blatte e pantegane.

E bisogna assicurarsi di avere trasporti efficienti e puntuali, non autobus che potrebbero fermarsi in mezzo al percorso in qualsiasi momento. Servirebbero interventi magari meno ad effetto o di facciata, ma più mirati, distribuiti sul territorio, che diano un decoro più uniforme ad una città dalle molte luci e dalle troppe ombre. Sto parlando di Bari perché è la città in cui ho sempre vissuto, ma il discorso potrebbe estendersi, penso, a tante altre realtà urbane del nostro paese.

Un paese che fra l’altro, tende ad invecchiare e in cui molti paesini e centri minori vanno spopolandosi. Come certe antiche  magioni che, memori di un passato antico e glorioso, oggi si avviano ad una lenta e mesta decadenza fatta di ricordi.

 

 

 

Lo sviluppo sostenibile di Toni Federico, 2016

 

La crisi economica ha modificato il pensiero sullo sviluppo sostenibile?

Non vi è dubbio che l’improvviso e sostanzialmente imprevisto collasso del sistema economico-finanziario abbia sostanzialmente mutato il corso degli eventi ed abbia influenzato profondamente il pensiero ecologico. Prima della crisi il ragionamento sulla sostenibilità sembrava aver raggiunto alcuni punti fermi. Il primo era sicuramente quello delle priorità con al primo posto il cambiamento climatico in un quadro di emissioni crescenti, al di sopra dei limiti del Protocollo di Kyoto, messo sostanzialmente in discussione dal default nordamericano. Il quarto rapporto dell’IPCC aveva assunto definitivamente il ruolo di blueprint tecnico del cambiamento climatico ed aveva definitivamente marginalizzato l’area dello scetticismo climatico. Importante era stata la fase della concessione del Premio Nobel al Panel e ad Al Gore, valoroso autore del bel film An Inconvenient Truth e per la verità di molte altre iniziative importanti a livello internazionale ed interno. Era stata votata la Roadmap di Bali, importante per il carico di attese che aveva innescato, almeno quanto perché con essa gli Stati Uniti erano rientrati nel discorso sul clima. Sir Nicholas Stern, per conto del governo inglese, impiegando larghe risorse per la ricerca, metteva in luce il costo dell’inazione, progressivamente superiore al costo delle politiche di controllo e di mitigazione.

Altrettanto grave la questione della povertà nel mondo, limite estremo e scandalosa vetrina dell’iniquità distributiva, indicata dall’Assemblea del Millennio come emergenza inaccettabile. Non sfuggiva però che la lotta alla povertà era in qualche modo il riconoscimento del fallimento di Rio, del programma del 7 permille, dell’idea che i paesi ricchi avrebbero trainato lo sviluppo dei paesi poveri sull’onda di una crescita economica che avrebbe dovuto essere la più alta della storia. Non sfuggiva a nessuno nemmeno la consapevolezza che la povertà dei molti era la garanzia per la crescita di pochi, né potrebbe essere diversamente in un equilibrio instabile caratterizzato da risorse scarse. Ma che c’entra una crescita isterica ed ineguale con lo sviluppo?

Il terzo era il riconoscimento dell’esaurimento prossimo delle risorse fossili, l’accoglimento delle teorie di Hubbert, che, non dimentichiamolo, era un funzionario di una società petrolifera. L’esaurimento di gas naturale e petrolio venne fissato intorno al mezzo secolo o poco più. Non diversa la sorte dell’uranio. Solo il carbone, pesante di emissioni serra e di inquinamento locale, dava supporto per più di due secoli. Non si verificavano su queste previsioni significative divergenze.

Inoltre la pubblicazione del monumentale Millennium Ecosystem Assessment chiariva con una grande messe di dati lo stato del degrado degli ecosistemi naturali e la pericolosa perdita progressiva di quei servizi resi dalla natura all’uomo, tanto benefici quanto indispensabili, erogati illusoriamente a costo zero.

La risposta del mondo ecologista alle soglie del crash economico fu sostanzialmente la scrittura dei Piani B, documenti di stampo riformatore che richiamavano l’intera lista delle contraddizione tra i modelli di sviluppo correnti e le prospettive di uno sviluppo durevole sollecitando cambiamenti nelle politiche di governo e nei comportamenti individuali con l’intento di curvare le traiettorie della grande macchina dell’economia mondiale verso percorsi meno devastanti. Traspariva un giudizio sull’ottimo stato di salute del sistema (ricordate … il capitalismo ha i secoli contati?) e forse la rinuncia inconfessata a rivendicare modifiche sostanziali. La nuova strategia europea SDS per lo sviluppo sostenibile è tra i più importanti di quest Piani B. la stessa Fondazione per lo Sviluppo sostenibile e questo Comitato Scientifico assunsero per qualche tempo, grossomodo fino al Meeting di Primavera del 2009, l’impegno di produrre un Piano B per l’Italia.

A latere, un piccolo ma animoso gruppo di ecologisti italo-francesi, teorizzò la decrescita come soluzione alla scarsità delle risorse (e delle idee?), rovesciando specularmente la tesi del pensiero economico liberista con un programma spericolato di inversione degli indici macroeconomici. Non potevano prevedere che di li a poco una crisi di dimensioni spaventose ed incontrollate avrebbe portato infelicità, disoccupazione ne conflitti dappertutto.

L’altra grande transizione pre-crisi fu la migrazione di talune tematiche ambientali entro l’area di intervento dei grandi leader mondiali, Nicholas Sarkozy con la Grenelle dell’Ambiente, Angela Merkel con le imponenti iniziative in materia di fonti energetiche rinnovabili, Gordon Brown con la promozione di innumerevoli e pressanti iniziative sulla questione climatica, infine Obama, già dentro la crisi, con alcune coraggiose virate di bordo, non sappiamo quanto condivise e popolari negli USA. Ma con minor clamore e scarsa attenzione dei media, avviene in questo periodo la presa di carico da parte di Cina ed India delle tematiche a noi care, prova ne sia lo sviluppo delle tecnologie energetico-ambientali in quei paesi molto spesso a torto giudicati vittime del peggior inquinamento e del più arretrato modello di sviluppo industriale.

Questi capi di stato non sono degli ecologisti. Il loro ruolo di guida non è solo una sorpresa per il mondo ecologista, non è nemmeno solo il recupero del ruolo che le grandi potenze riservano a sé in ogni campo, è un segnale di una transizione epocale gravida di conseguenze, non ultima, è bene che ce lo diciamo con chiarezza, l’emarginazione tendenziale del movimento ecologista mondiale.

Fu proprio Nicholas Sarkozy, colpito e preoccupato dall’evidente disagio e dall’impoverimento sociale e culturale del suo paese a chiedersi se non ci fosse un errore di fondo nel posizionare lo sviluppo sui parametri macroeconomici. Costituì un Comitato di saggi, in gran parte economisti, guidato da Stiglitz, Amartya Sen e Fitoussi, con altri guru internazionali e molti Premi Nobel, cui pose il problema di ridefinire il benessere la ricchezza e la sostenibilità.

La prova di questo Comitato è l’importante Rapporto Stiglitz, che presentiamo in altra pagina di questo sito, meritevole di attenzione e di meditazione in Italia molto al di sopra di quelle ad esso dedicate negli ormai lunghi mesi dalla pubblicazione.

Ma l’ecologia della crisi si esprime nelle proposte di un Global Green New Deal cui è dedicato l’editoriale di Edo Ronchi che introduce questa pagina di approfondimento ed il Meeting di Primavera 2010 della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile.

A crisi innescata non poteva essere evitato il riflesso condizionato Keynesiano con il ritorno alla crisi del ’29 ed, in fortunata assenza di rischi di un conflitto armato a scala mondiale, l’invocazione di uno spirito emergenziale pari a quello della lotta contro il nazifascismo, per restituire ai cittadini un ruolo di primo piano nel fronteggia mento della crisi economica, sociale ed ambientale.

I vuoti economici e politici aperti nel fronte delle grandi imprese, soprattutto finanziarie, restituisce ruolo ai governi nazionali che devono ora decidere in fretta e pagare i debiti accumulati nel tempo del liberismo senza regole, ponendo mano alle riserve e alle risorse per gli investimenti. Salvare il salvabile è stata la parola d’ordine, ma gli equilibri di prima non sono più recuperabili.

Partita dall’UNEP, rimbalzata in un’Inghilterra attanagliata dalla crisi ma ricca di un pensiero ecologico originale, la proposta del Global Green New Deal è stata consacrata dalle dichiarazioni di Obama, il nuovo presidente americano. L’intuizione richiama l’insegnamento di Einstein, i problemi non si risolvono con gli strumenti che li hanno generati. Occorre una nuova economia, nuove regole per la finanza, il ruilancio della ricerca e della conoscenza, la revisione delle tecnologie, una nuova governante su tutte le scale amministrative, una presa d’atto dei cittadini che si entra in una fase nuova, che non vc’è niente da recuperare ma piuttosto che c’è da avviare una ripresa su basi che devono essere nuove anzitutto perché devono essere durevoli e sostenibili.

Si tratta di un’altra transizione, di dimensioni che non hanno precedenti, le cui peculiarità sono bene illustrate dalla introduzione di Ronchi. Cambiano anche gli attori e le istituzioni. L’allargamento del G8 prelude ad una sostituzione del ruolo impraticabile del sistema delle Nazioni Unite, ma senza dichiararne la crisi. Certo è che alla conferenza di Copenhaghen pochi paesi, diciamo di poco peso politico, hanno impedito l’adozione di un Accordo che, al di là dei pochi mereiti, era l’accordo delle grandi potenze. Nel frattempo il G8, diventato G20, ha già un direttorio di grado due e mezzo, fatto da USA, Cina ed una Europa dimezzata dall’incapacità (o dalla non volontà) di darsi una rappresentazione un itaria minimamente autorevole. Questo è i quadro dentro la crisi e le soluzioni che si prospettano. Quanto poi a dire che i fatti seguiranno o stiano seguendo queste impostazioni, e chi ne sarà l’eventuale protagonista, è materia di cronaca.

 

 

LO SPIRITO DEI TEMPI di Carlo Donolo

I tempi che corrono sono sempre pessimi e malvagi. Il passato ci appare trasfigurato, come qualcosa che abbiamo perduto. E la tentazione di lodare ciò che è tramontato è sempre forte, specie in tempi vissuti come crisi permanente. Il presente è fatto di incertezze ed instabilità. Tutto ciò che sembrava solido crolla nella confusione e nella disattenzione. Il futuro è imprevedibile, certo sarà pieno di cigni neri, che da rari diventeranno onnipresenti. Tutto è maledettamente imbrogliato e non sappiamo né farcene una ragione, né trovare un bandolo che ci permetta di sperare in una qualche governabilità dei processi. Siamo sempre dentro passaggi e transizioni, in un ritmo accelerato e incostante, con continue sorprese e choc, mentre problemi e soluzioni si rincorrono all’infinito in una giostra che ci appare sempre più malvagia e infernale. Non c’è bisogno di essere catastrofisti, tanto le catastrofi avvengono. A essere ottimisti non si sarebbe creduti, sarebbe solo retorica della volontà Ci si sforza di essere realisti, specie quando si considerano aspetti sistemici del reale, il globale, la dimensione geopolitica, i rapporti di forza, le egemonie di fatto. A questo esercizio mi applico anch’io, a proposito di un tema che sempre evoca pregiudizi, forzature ideologiche, semplificazioni e veri e propri arbitri: quello del rapporto tra stato e mercato.

Questo tema ci introduce all'argomento della genesi di beni pubblici e della cura dei beni comuni, visti come fondanti ogni possibile legame sociale e ogni prospettiva di liberazione e capacitazione, e quindi anche di inveramento dei processi democratici. Parliamo di sfera pubblica, di funzione pubblica, di beni pubblici, di felicità pubblica.

Non è possibile però neppure iniziare un discorso di questo tipo, senza soffermarsi inizialmente su quella che appare una difficoltà insormontabile nel tempo attuale: tutto ciò che è pubblico è delegittimato e maltrattato, la funzione pubblica è in crisi e in rapida obsolescenza, la contrazione dello stato è in atto da tempo, le masse di individui disciplinati dal consumo più che dal lavoro sono invitate e invogliate a far da sé, lasciando perdere l’azione collettiva, il legame sociale, perfino la divisione sociale del lavoro: dai vizi privati scaturirà certamente qualcosa di positivo per il collettivo,che non deve più pensare a se stesso come qualcosa che ha qualcosa in comune. Contano diversità differenze, diseguaglianze, disparità disomogeneità come spartizioni, divisioni, derive, frammentazione e divisioni ostili: la società è fatta di un sociale antagonistico, non tra alto e basso, ma tra pari grado – e l’evoluzione del tutto è affidata a processi principalmente naturalistici, di seconda natura, agli effetti sistemici di soglie, vincoli e imperativi spacciati per naturali e necessari.

Veniamo al dunque, chiariamo per quanto possibile, questa galassia di questioni, galleggianti perennemente nella confusa e confusionaria sfera pubblica ipermediatizzata. Lo spirito del tempo in cui viviamo è caratterizzato da un attacco molto violento e con intenzione strategica allo “stato”, intendendo la modalità pubblica di gestire affari pubblici, ovvero di comune interesse (dei cittadini di un posto, come degli abitanti tutti del pianeta). In principio si nega che esistano affari pubblici e di conseguenza che sia necessaria una funzione pubblica. Tutto ciòche esiste è privato o privatizzabile e le relazioni tra individui e tra gruppi, ma anche tra popolazioni, macro-regioni del mondo e perfino la relazione stessa tra genere umano e natura deve e può essere trattata come un affare privato, non come un contratto sociale, ma proprio civilistico o al più da lex mercatoria.

Non si nega beninteso la necessità di uno stato minimo e di uno stato di diritto (basato su regolazioni giuridiche formali), ma questo è solo il costo da pagare alle imperfezioni del mercato stesso. Immaginandolo perfetto ed essendo comunque perfettibile, esso è in grado di trattare ogni tipo di “affare”, compresa la cura delle proprie esternalità e inefficienze e la produzione delle proprie regolazioni. In ogni caso e per intanto il mercato è posto come l’istituzione centrale della società globale. La sua regolazione avviene in gran parte tramite “contratti” stipulati in sedi istituite come il WTO e oggi il TTIP, che sono sì sedi politiche – in quanto vi sono attivi anche i governi formalmente democratici – ma che di fatto sono il luogo della registrazione delle preferenze dei poteri di fatto economici al momento dominanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Segreteria Marta Donolo, marta.donolo@gmail.com,  tel. +39 334 36163

 Coordinamento: Toni Federico,federico@susdef.it,   tel. +39 335 6795436